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Il trauma come forma, lo spettacolo come limite

Avatar: Fuoco e cenere, terzo capitolo della saga di James Cameron, sposta il racconto dal mito ecologista al melodramma del trauma, introducendo il Popolo della Cenere e una Pandora in cui la fede vacilla. Il film conferma la maestria visiva di Cameron e la sua capacità di costruire un cinema tattile e immersivo, ma soffre di una struttura narrativa troppo simile a La via dell'acqua.

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Che ora è in America?

Nel film Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson l’America appare come un paese in cui tempo e spazio collassano in un incubo cronologico e geografico tra distopia, nostalgia e presente deformato. Tra inseguimenti metafisici, suprematismo e il naufragio della sinistra, Anderson racconta un’amnesia collettiva in cui l’immagine non riesce più a inquadrare il soggetto e la domanda “What time is it?” diventa la diagnosi politica e psichica del nostro tempo.

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No Other Choice, di Park Chan-wook

No Other Choice di Park Chan-wook, in concorso a Venezia 2025, è una commedia nera sul capitalismo e la precarietà lavorativa. Lee Byung-hun interpreta un operaio licenziato che, pur di sopravvivere, arriva a eliminare i rivali nella ricerca di un nuovo impiego. Un film spietato e grottesco che, nel confronto con Parasite, esplora il lato oscuro della competizione sociale contemporanea.

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Diario da Venezia/82: After the Hunt, di Luca Guadagnino

After the Hunt, presentato fuori concorso a Venezia 2025, è il nuovo thriller psicologico di Luca Guadagnino ambientato a Yale, tra corridoi competitivi e tensioni morali nel post-#MeToo. Julia Roberts, professoressa di filosofia in corsa per la cattedra, e il collega-rivale Andrew Garfield, in un drama tra lealtà e verità. Il film esplora zone grigie, potere e ambiguità evitando lo schema vittima-carnefice, con un cast d’eccezione e dialoghi taglienti. A tratti dispersivo, resta un’opera elegante che interroga accademia, desiderio e cancel culture senza offrire soluzioni facili.

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Diario da Venezia/82: Otec, di Tereza Nvotová

Otec (Father) di Tereza Nvotová, presentato nella sezione Orizzonti, è un dramma essenziale sulla colpa e sul perdono dopo una tragedia irreparabile: Michal dimentica la figlia in auto e la perde. Un film sul limite della legge e dell’umano, che lascia addosso la domanda più dura: esiste una grazia possibile, anche minima, nel perdonare se stessi?

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Diario da Venezia/82: La grazia, di Paolo Sorrentino

La grazia di Paolo Sorrentino, film d’apertura di Venezia 82, porta Toni Servillo al Quirinale nei panni del Presidente Mariano De Santis, sospeso tra potere, solitudine e fragilità. Due richieste di grazia e il dilemma sull’eutanasia aprono un’opera morale dove diritto, colpa e responsabilità si intrecciano con fantasmi privati e verità ambigue. Con toni più riflessivi e dialoghi densi, Sorrentino trasforma la “grazia” in atto giuridico e categoria dell’anima, tra desiderio di leggerezza e peso delle istituzioni.

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Venezia/82: Orphan, di László Nemes

Orphan di László Nemes, tra i film più attesi alla Mostra del Cinema di Venezia 82, è ambientato in Ungheria tra 1949 e 1957, nel trauma post-rivolta del ’56 e nell’ombra dell’Olocausto. Il giovane Andor cresce con il mito di un padre “morto”, finché un uomo si presenta come vero padre: crolla la narrazione familiare e irrompe una verità minacciosa. Con uno stile claustrofobico (fotografia di Mátyás Erdély), Nemes racconta memoria, rimozione e identità ferita nel cuore della storia europea.

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Diario da Cannes 2025: Alpha di Julia Ducournau

Alpha di Julia Ducournau intreccia body-horror e dramma familiare negli anni Novanta, tra paura del contagio, stigma sociale e ritorno del rimosso. Il film punta su visioni potenti (i corpi che si “pietrificano”), esplorando il conflitto tra protezione, desiderio e pulsione di morte. Pur ricco di idee e immagini memorabili, resta irrisolto nell’approfondire davvero virus e dipendenza, confermando però il grande talento della regista francese.

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Diario da Cannes 2025: Dossier 137

Dossier 137 di Dominik Moll, in concorso a Cannes 2025, è un procedural sobrio e incisivo sulle violenze di Stato durante le proteste dei gilet gialli (2018-2019). Dopo che un manifestante viene colpito da un proiettile antisommossa, l’agente IGPN Stéphanie (Léa Drucker) conduce un’indagine ostinata che svela classismo, sessismo e logiche di autoprotezione dell’apparato. Con scrittura precisa e ritmo serrato, il film mostra l’ingiustizia istituzionale come un meccanismo ordinario, destinato spesso a restare impunito.

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Diario da Cannes 2025: Two Prosecutors

Diretto in modo rigoroso, con un taglio molto alto (risuonano gli echi di Dostoevskij e Kafka), splendidamente rectitato, Two Prosecutors di Sergei Loznitsa è un solidissimo esempio di cinema civile, che mette in scena il passato per parlare del presente.

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Diario da Cannes: Sirat

In modi davvero sorprendenti, il film percorre traiettorie impensabili e cupe, quasi nei dintorni del mondo milleriano di Mad Max. Siamo marionette in balia di un caso che ci illudiamo di poter controllare, e l’ultima straordinaria scena del film ci ricorda che il Sud del mondo è solo una questione di prospettiva e di destino, e che basta un attimo perché tutto si capovolga.

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Diario da Cannes: Sound of Falling

Il grande pregio di Sound of Falling sta nella sua messa in forma, che elude quasi ogni didascalismo e assume le coordinate di una ghost story dai tratti orrorifici: le corrispondenze fra epoche e figure evocano una dimensione soprannaturale, come se in quello spazio chiuso la storia del Novecento fosse popolata da spettri e anime dannate che perseguitano le generazioni successive, incapaci di chiudere i conti con il passato.

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Su “Bones and All” di Luca Guadagnino

Luca Guadagnino, con la sua reinvenzione di Suspiria, ha già dimostrato di sapersi muovere con disinvoltura nell’horror e dintorni. Non stupisce quindi che il suo Bones and All – Leone d’argento Venezia e ora nelle sale italiane grazie a Vision Distribution – sia a tutti gli effetti un film riuscito, una bella trasposizione del romanzo omonimo (in Italia “Fino all’osso”, edito da Panini) scritto Da Camille Deangelis nel 2017

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Il “mio” Maradona

Di Messico ‘86 ricordo tutto: avevo solo sette anni, ma ricordo le partite dell’Italia viste con i miei genitori e il nonno, Platini che ci manda a casa agli ottavi di finale, l’album di figurine Panini e quel torello col baricentro basso che saltava gli inglesi come birilli, segnava di mano e vinceva le partite da solo.

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